AMLETO
Gli attori che trascurano l'amore per le prove saranno abbandonati sempre abbandonati

Regia di Mariangela Dosi

Davanti a noi stessi, allo specchio dell'anima, quello che vediamo non ci piace: "è un giardino abbandonato che va in seme e regna solo natura fetida e volgare".
Chi siamo?
Chi ci ha messo qui?
Che cosa resta dei nostri padri?
Perchè questo malessere di fondo, questa messa da requiem che orchestra le nostre azioni?
Siamo arrivati noi, adolescenti inquieti, scontrosi, delusi, perennemente illusi e disperatamente cinici... e adesso cosa dobbiamo fare?
Che cosa ci si aspetta da noi?
Dobbiamo aspettare?
Dobbiamo ubbidire o comandare?
Sperare? Sorridere? Essere? ... o non essere?
Fingere o avere il coraggio di raccontarci per quello che siamo?
Il nostro mondo è fragile... e se non ce la facciamo?

Siamo qui solo carnali
attimi di luminosità apparente
cieli a rovescio...
... e ti aspettiamo
calda matrice di sonno!


Interpreti: Alfredo Carli, Andrea Forgione, Beatrice Baruffini, Carlotta Fiore, Francesca Bucciero, Giorgio Amadei, Giorgio Casamatti, Ilaria Viappiani, Irene Fossa, Maria Giulia Guiducci, Nicolò Baruffini, Sirio Schivazappa.

 

Ha scritto di "Amleto" Valeria Ottolenghi:

Una grande intelligenza teatrale, nell'occupare lo spazio, nel creare coralità, nella costruzione drammaturgica, nel curare gli spazi, nel motivare gli interpreti...
Brava davvero Mariangela Dosi [...] La porta d'ingresso è una vera soglia, lì ci si raduna, si aspetta, come su una linea, un limite da varcare prima di avere il coraggio di dire, di intervenire nella realtà della vita, anche se in quell'oltre c'è solo la finzione del teatro.
Ma è proprio così? [...] si mescolano felicemente più piani, quello individuale/esistenziale e di gruppo, con sentimenti comuni, e quello più squisitamente culturale, di approccio ai testi, di elaborazione con i linguaggi della scena. In un tutt'uno che è esperienza reale e vitale. Preziosa. Sicuramente indimenticabile per chi la vive con questa bella partecipazione. Tanti giovani vestiti di nero. Prima di entrare già tanti punti di domanda, che poi si moltiplicheranno ancora: sono le incertezze dell'esistere, domande agli altri e a se stessi insieme.
Con tanta incertezza, molte paure, anche quando il tono è arrogante, aggressivo. Il filtro, la presenza di verità con cui nascondersi e svelarsi è Amleto, che si finge pazzo forse essendolo, che fatica a farsi carico di un impegno che esige il padre (morto!: proprio impossibile dire no), colmo di dubbi, tra tenerezza e rabbia verso la madre, un bisogno estremo di recitare, coinvolgendo nel gioco doloroso anche chi è attore di professione. Una fragile, altalenante emotività, con la ragione che guida la parola, che inevitabilmente copre e mostra ad un tempo le tensioni segrete, le ansie inconsce, vertigini di contraddizioni.
Pistole giocattolo: contro il pubblico. Un Requiem per uccidere o per morire. Teatro danza, una coreografia sempre meravigliosamente fluida. L' altro da se a terra, i propri abiti contro cui sfogarsi.
Ma poi le richieste sono per il pubblico [...]: dove mi metti? dov'è il mio spazio? Legarsi, essere gruppo. Fregarsene? Fingere? Essere o non essere? Le battute sono comuni, ritornano come eco, si frantumano, si spezzano restando sempre di tutti. Una diffusa ritualità. Tre sono le presenze/Ofelia, l'acqua come elemento proprio del destino dentro cui annegare. E' ora di morire adesso? Non ci riesco, non vedi? Piango per finta... Cosa dunque è vero? Oh, quel sentire sì, che si trasmette agli spettatori con tanta immediatezza, l'infelice gioiosità dell'adolescenza, la vitale incertezza, la dolente creatività di un tempo di cui forse non si guarisce mai completamente. Tutto il mondo è una galera? Un saluto ancora, un pensiero di morte, ma solo per finta, sul limite dello spazio del teatro.

 


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